Ciò che oscura il cuore

Ciò che oscura il cuore

“Chiunque può iniziare a praticare yoga. Il punto da cui iniziamo è assolutamente personale e individuale, è il punto preciso in cui ci troviamo in questo momento.
Ma perché iniziamo questo viaggio? Perché sentiamo che non stiamo dando il meglio a noi stessi e agli altri, perché ci accorgiamo che un velo di insoddisfazione vincola il nostro corpo e oscura il nostro cuore. E’ il velo di avidya, la mancanza di comprensione. Siamo profondamente confusi rispetto a chi realmente siamo, noi stessi e gli altri. Siamo confusi nella comprensione delle nostre azioni e dei risultati delle nostre azioni.
[…]
Lo scopo ultimo dello yoga è ridurre avidya, ridurre a poco a poco la confusione che oscura la nostra comprensione. Quando, attraverso la pratica dello yoga, raggiungiamo una comprensione più lucida ed equilibrata, un grado più elevato di chiarezza nella comprensione di noi stessi, degli altri e della realtà, allora proviamo pace e tranquillità. C’è un senso di contentezza che nulla ci può togliere. Un senso di profonda contentezza interiore, svincolata dal possesso, dalle sensazioni o dal giudizio altrui.

tratto da: T.K.V. Desikachar, Il cuore dello yoga. Come sviluppare una pratica personalizzata

Ricevuto via email da Gabriele Bonetti, insegnante di yoga, Ciò che oscura il cuore

La mente e i suoi labirinti

Pensieri dall’India di Monica Massa

Consumiamo enormi quantità di energia nei nostri pensieri, ci focalizziamo sui problemi, sulle difficoltà, pensando di risolverli dedicandoci attenzione e tempo. Ripercorriamo i labirinti della mente, negli stessi processi mentali, le stesse reti di pensiero e di atteggiamento mentale. Anticipiamo con ansia il futuro e snerviamo la mente sul passato, come se potesse riportare ciò che oramai è andato.
Ripetiamo, rimuginiamo, ci ossessioniamo persino, nel ripetere i pensieri come se essi percorressero chilometri di strade nella testa per raggiungere mete quasi invisibili, per riportarci sensazioni perdute, ricordi, paure, parti mancanti e doloranti di noi stessi. Oppure anticipiamo eventi non ancora accaduti, li programmiamo, li organizziamo nei dettagli, anche minuziosamente, facilitando mentalmente il loro accadere. Pensiamo di controllare la vita, di avere il controllo di essa. Temiamo gli imprevisti e accusiamo le sorprese. Rimaniamo nel passato o anticipiamo il futuro, vivendo solo parzialmente il nostro presente.
Questo momento, questo è il momento.
I pensieri non cessano mai, neanche di notte. Si materializzano nei sogni, quando la mente dorme, il cuore parla, il cuore si lascia avvicinare e si esprime.
Tra l’altro questo continuo ronzio mentale scalda la mente e scarica il corpo. Arriviamo a sera stanchi a volte esausti, tra il fare, l’aver pensato e l’aver detto o meno.
Il passato è un labirinto senza fine, ci si arrovella sugli accadimenti passati, sui pensieri e sulle emozioni di colpa o di gioia che siano. Non riusciamo a sentirci bene a lungo. Continuamente spostati, o pensiamo e non agiamo o agiamo senza pensare. Altre volte pensiamo e agiamo.
Quando stiamo bene?
Quando mi sento bene? Io me lo chiedo.
La mente va disciplinata, bisogna imparare a “domarla”, altrimenti si vive come se fosse la protagonista della nostra vita. Invece di essere al nostro servizio.
Bisogna insegnarle a parlare a comunicare a non attaccarsi alle parole, esse creano pensieri, i pensieri creano le azioni e i comportamenti. Parliamo bene, parliamo con amore, possibilmente senza danneggiare nessuno con le nostre parole. È energia, energia che ci rimane addosso, che si scarica e rimane nell’aria, nell’ambiente.
La mente è come un cavallo da domare e servono le redini per regolare il suo cammino. Adotterei poche strategie ma essenziali; la prima suggerita è quella di esprimere i propri pensieri in modo positivo, con ottimismo; secondariamente imparare a guardare la vita e le cose che ci accadono sempre con un atteggiamento mentale positivo, ossia pensando agli aspetti belli e positivi. Nella vita ciò che accade ha un senso, ma come lo interpretiamo ne definisce il nostro stato d’animo e il nostro benessere.
E infine come terzo e ultimo consiglio per “domare la mente” e per favorire la pulizia mentale, crearsi dei momenti in cui ci si ritira dagli stimoli esterni e si svuota il mentale; attraverso il movimento fisico, il contatto con la natura e con le pratiche meditative e spirituali.
Tre semplici regole giornaliere, per uscire dai labirinti della mente.

Cosa si vuole davvero?

Pensieri dall’India di Monica Massa

Siamo circondati da cose, varie e numerose. In casa, al lavoro, in auto, negli ambienti pubblici, in strada, da carta, plastica, metallo, cartone, legno e altri materiali simili.

Alcuni sono utili ci forniscono delle comodità, altri sono non necessari. Esse sono dei suppellettili all’Ego, crediamo che essi parlino di noi, ci descrivano e siano in grado di darci l’immagine che corrisponde a noi stessi, a chi siamo. A chi pensiamo di essere.
La casa, l’auto, il telefono, il vestito, l’orologio ed altri ancora; senza di essi o parte di essi chi saremmo, riusciremmo a vederci nello stesso modo sapendo di essere la stessa persona?
O “spogliati” sentiremmo di esser diversi? Le comodità ci forniscono sicuramente dei vantaggi mentali e pratici, siamo più organizzati in quest’era tecnologica e siamo più globalizzanti nei contatti nel mondo. Qualche settimana fa ho visto un film dove la tecnologia tutta la tecnologia non esisteva più, una sorta di blackout mondiale, un resettaggio globale. Come sarebbe? Senza di essa, scopriremmo chi siamo davvero e di cosa siamo capaci?
Secondo voi ciò avviene comunque? Anche se spesso essi ci deragliano su altri piani, distratti da strade parallele, le quali ci conducono con maggior lentezza verso le nostre mete.
Vi è mai capitato di andare in vacanza o per altri motivi, in un posto nel quale c’erano ben pochi agi, un posto minimalista e cosa vi è successo? Avete forse maggiormente colto voi stessi? Forse si. Qualche momento di raccoglimento, di riflessione, di attenzione a sè. A volte abbiamo persino paura di avere momenti in cui star tranquilli e pensare. C’è chi li rifugge e riempie il tempo di tutto, tranne che di se stesso.
Le vie di mezzo, come ben si sa, sono le più adatte, se fossimo in grado di mantenerle costantemente. Un tempo per sè e un tempo per produrre.
L’Ego si siede nelle comodità, esso dice “Io ho questo, Io ho quello…”. Si nasconde dietro le comodità. Ciò che si raggiunge non basta mai per l’Ego, vuole sempre di più. Impariamo a distaccarci dagli oggetti invece di acquistarli, accumularli e abbellirci.
Cosa vogliamo dalla vita? Quando lo domando in terapia, spesso le persone mi rispondono “Voglio essere serena”, “Voglio non essere stressato dalla vita” oppure hanno degli obiettivi specifici, come staccarsi da certe situazioni difficili, affettive, familiari, problemi con i figli o l’ex compagno, rimanere tranquilli dentro; riuscire a superare certe “prove della vita”, perdite, lutti, cambiamenti di vita significativi.
Cosa si vuole davvero? Star bene, non significa altro che sentirsi amati, riconosciuti e apprezzati, indipendentemente dall’età cronologica e dal DNA.
Inutile rincorre la felicità fuori di noi, a volte è come un’altalena essa va e viene, non è nel possedere però che si giunge alla felicità. Conosco persone molto benestanti che non si sentono felici, ma solo comode. Forse soddisfatte di sè, ma neanche così tanto. Il denaro spesso lascia l’amaro in bocca, come quando si acquista un oggetto desiderato, dopo quanto passa l’entusiasmo nel suo acquisto, nel possedere? Gli oggetti offrono una “felicità” momentanea.
Certo, offrono comodità, spesso favoriscono la qualità della vita, non la nostra felicità. La ricerca della felicità e della beatitudine giunge dal cuore.
Dunque a volte chiedersi “Cosa vogliamo davvero dalla vita” aiuta a riorientarsi verso ciò che conta davvero, il benessere nel cuore e non la finta “felicità”.
Esiste il libero arbitro, a voi la vostra scelta.

L’Attaccamento e l’Ego

Pensieri dall’India di Monica Massa

Siamo prigionieri dell’Attaccamento, la mente è continuamente catturata dal desiderio del possesso. Il desiderio di possedere, oggetti, beni materiali e non. La mente desidera gli oggetti che vede e tende ad elaborare un’immagine positiva di sé, attraverso il possesso dei medesimi. Siamo incessantemente stimolati dalla realtà esterna, quali che siano l’età, l’appartenenza geografica, la razza e il tempo. Siamo condizionati da ciò che desideriamo. Oggi è questo, domani è un’altra cosa, senza una fine. Cosa significa essere condizionati dal desiderio?
Significa che una volta soddisfatto lecitamente e ragionevolmente il bisogno che è alla base di una reale necessità di acquisto, non ci riteniamo appagati, perché subentra il desiderio di avere sempre di più e tale desiderio e questa tensione interiore diviene insaziabile. Non c’è mai fine al possesso e all’avere.
Significa anche vivere una vita, spesso l’intera vita, rincorrendo l’esteriorità, la materialità, la ricchezza. Il desiderio ha un prezzo, a volte propriamente materiale, un costo. Compro lo status, compro il prestigio, in modo che essi siamo me. In modo che essi dicono chi sono.
Accumuliamo oggetti in quantità notevoli nel corso della vita, a seconda delle fasi e delle nostre evoluzioni. Gli oggetti sono oggetti e hanno un loro funzione, di coprire, di dare comodità, persino di farci sentire bene, anche se questa funzione è di spesso breve durata. Spesso desideriamo acquistare “qualcosa” anche fortemente, sicuramente ne saremo entusiasti, ma dopo quanto tempo quell’oggetto non ci offre più la stessa intensità di piacere?
Sottolineo inoltre che in quest’era digitale l’acquisto è reso possibile dai siti, ventiquattro su ventiquattro, notte e giorno, on line.
A volte l’acquistare on line, sotto l’impulso di emozioni negative, l’insofferenza e l’inquietudine, si pensa che sia un sedativo dell’anima, si osservi invece come resta una soddisfazione effimera e momentanea. Quindi siamo condizionati e manipolati dagli oggetti e dall’immagine di essi. La società contemporanea è una società consumistica e illusoria. Fingiamo di cambiare noi stessi attraverso gli oggetti, forse qualcuno cambia davvero, ci passa attraverso, li usa, non ne viene usato. Come se essi, gli oggetti e il fine di averli, ci postasse dallo Scopo della nostra Vita; anziché favorirci verso di esso.
Si lavora per acquistare un’auto di valore o lavoro per realizzare me stesso, attraverso il lavoro. Lavoro per possedere una casa, preziosamente arredata o lavoro per avere una casa dove dormire, con pochi oggetti, che non mi distraggano dalla mia interiorità?
Tutto ciò che “riempie” ci rallenta.
Ci creiamo l’idea di noi, attraverso un oggetto, Io sono quella persona li, Io appartengo a quello status, Io sono ciò che indosso o Io sono dove vivo come zona distrettuale della città.
L’esteriorità non sempre corrisponde alla interiorità. Come si suol dire l’apparenza inganna. Noi non siamo esattamente ciò che abbiamo, sicuramente descrive una parte di noi, pratica, obiettivamente raggiunta attraverso impegno e si spera l’onestà.
Noi siamo sicuramente ciò che facciamo e ciò che diamo all’altro, agli Altri. L’attaccamento agli oggetti, all’esteriorità, all’apparenza rallenta il nostro cammino, come le strade diramate per giungere alla stessa metà, ma parallele, non dirette.
Impariamo a muoverci nella consapevolezza degli oggetti, nella consapevolezza dei mezzi e degli scopi, usiamo gli oggetti come mezzi e non come scopi. L’invito è quello di distinguere ad esempio quando si acquista, se si è mossi dal desiderio o da un reale bisogno. Senza entrare nel merito della scala dei beni primari di consumo e di quelli invece superflui.
Vi ho condotto in questa umile riflessione affinché diventiate critici nel vostro rapporto con gli oggetti, imparando a distinguere bisogni e desideri, diventando sempre più liberi nel muoversi verso il non attaccamento ed un inizio di distacco dall’Ego.

Il senso della compassione

Pensieri dall’India di Monica Massa

Dare all’altro senza aspettativa, senza attesa di ricevere una forma di restituzione. Fermamente nel donare. Il senso della compassione è una forma possibile in ogni istante della nostra vita, le occasioni si creano da sè, nelle forme più semplici della vita quotidiana.

Guardiamoci intorno, impariamo a filtrare gli accadimenti come occasioni ed opportunità, come segnali di avvio verso una dimensione del collettivo, non solo dell’Io e dei miei bisogni e dei miei desideri. Spesso all’inizio si sarà titubanti, diffidenti verso l’altro, favorevolmente propensi a non muoversi, a non fare nulla per l’altro.

Via via, si accede con coraggio, ad un attenzione a cogliere le possibilità, a non girare le spalle all’altro, ma a cedere il posto sull’autobus, a fare un sorriso spontaneo e disinteressato, ad offrire un passaggio ad una collega in ritardo, ad aspettare con l’ascensore il vicino, a completare il lavoro per un altro, ad ascoltare chi ne ha bisogno, a cullare il figlio se fatica ad addormentarsi, a perdonare chi ci ha leso, a diversificare la spazzatura, a ridurre il consumo d’acqua, a donare una parte del proprio tempo in volontariato, a donare una parte del proprio denaro in beneficenza, a sostituire qualcuno in difficoltà, a chiamare per non far sentire l’altro solo, a ricordare all’altro la sua importanza per noi e la sua preziosità nell’universo.

Se giungeremo a questa forma di solidarietà e fratellanza, come forma di compassione, e riusciremo a sorridere anche quando saremo esausti, a pazientare quando saremo intolleranti e ad amare ancora e ancora quando siamo stati feriti, mortificati, puniti e lasciati, allora saremo in grado di vivere nella vera compassione.

Oggi ci sarà gioia perché donare all’altro è gioia per sè, quale che sia la forma, un sorriso, un abbraccio, una parola, un dono; se ciò accade oggi, domani e ancora, siate benvenuti nella fratellanza.